marco valenti scrive

marco valenti scrive

29 ottobre 2012

un sette di ottobre non qualsiasi, comunque a Venezia


Difficile raccontarla con le parole: per fortuna ci sono le immagini.















Capita a Venezia (che è bella E ci vivrei) dove incrociamo giornate di sole pieno che spazza quel po’ di nebbia del mattino presto.
Ottobre e maniche corte.
Viste non previste, inconsuete, che emozionano continuamente. Sguardo meravigliato, improvvisamente, su due giapponesi ad un tavolino di là da un canale.
Sembrano sospese, quasi, sull’acqua. Cos’è?




Si cambia vista e le si sorprende da dentro: è un ristorante.

Le si invidia un po’ e perciò si prenota e si torna il giorno dopo. Felici di un prosecco sul canale, come le giapponesi del giorno prima, a intercettare sguardi e gondole e sentire la città dabbasso.
Mangiando bene e ricordando meglio un 7 ottobre.









Se la bellezza è nell’occhio di chi guarda, Venezia è occhi azzurri infiniti in ogni suo sguardo.
Sempre inconsueta e sempre piena di felicità da dare a chi ama e a chi resta un bambino curioso.


25 ottobre 2012

controtendenza e verità


AMICI

Una bella cosa lunga, per disaffezionare dal blog. Una cosa in contro tendenza che se ne frega delle convenienze.
Una cosa mia.




I tempi cambiano. 
I costumi si modificano rapidamente. 
La percezione di velocità è indice che mi sto facendo vecchio. 
Altri sono venuti su allenati fin da piccoli a questo mondo tecnologico, rapido, che si consuma andando, digitando, whatsuppando.
Ci si cinguetta in un social, ci si messaggia in un altro e si ha la sensazione di appartenere a qualcosa.
Si condividono diari, emozioni, impressioni.
Qualcuno aderisce e qualcun altro propaga.
Ci si consuma davanti a uno schermo e ci si racconta come se si fosse prossimi.
Personalmente sono un entusiasta e un generoso che racconta di sé a piene mani con poco filtro e senza badare alle conseguenze.
Tutti sanno rapidamente di me più di quanto mostrino, a me, di loro stessi.
Sono fesso.
Bacio al primo incontro. Scordo i nomi ma, per principio, sono di quelli che parte fidandosi.

Comunque, dicevo, ci si incontra virualmente.
Ci si ritrova, perfino, fisicamente: succede in gruppi che proclamano di avere in comune qualcosa e che nel nome di questo quid si uniscono in amicizie e prossimità.
Abbiamo un nuovo contatto.
Lo abbiamo aggiunto.
Organizziamo liste. Rilanciamo o fingiamo di farlo quel che qualcuno dice. Siamo social. Siamo in quanto social.

Se già la posta elettronica e la messaggistica telefonica avevano cambiato le modalità di connessione e di approccio i social hanno fatto un passo avanti.

Carta.

Fax.

Posta elettronica.

Messaggistica telefonica.

Social network.
La traduzione di social network è rete sociale, brutalmente e semplificando.

Siamo connessi, socialmente, gli uni con gli altri in una rete.
Contatti. Amici, sodali in qualche rete: parte di un network.

Ma non è una rete vincolante, un circolo verso il quale avere obblighi: è il nuovo social in cui ciascuno spende la propria voce come decide di fare, lancia il proprio url (pardon: urlo) attendendo venga recepito e riportato, rilanciato o amplificato.
In questo equivoco qualcuno prende le parti di una minoranza, la rende propria, apparentemente la condivide e la amplifica e si sente socialmente a posto perché rilancia campagne contro, per esempio, la vivisezione, o i test sugli animali delle case cosmetiche, o condivide la foto di un disabile perché qualcun altro gli dice che se non lo facesse sarebbe un mostro. 
Lascia sul proprio spazio virtuale messaggi ecumenici e sodali contro l’imperialismo, il consumismo, la bieca oppressione delle balene o la disattenzione verso un canile lager.
Questo è ritenuto socially correct.
Altri si lanciano in mirabolanti accuse verso gruppi avversi e questo fa partecipazione.
Altri ancora si vedono e si annusano nella realtà in nome di un hobby comune. 
Potrebbe essere la pesca a traino, il bird watching, il fatto di essere alfabetizzati e leggere libri, 
gli scacchi.
Si vedono e, magari, si rivedono. 
Si invitano a cena nella realtà non virtuale e si sentono prossimi gli uni con gli altri.
A questo siamo.

Il panorama che espongo potrebbe arricchirsi infinitamente ma presumo di aver riassunto, in modo non esaustivo, quel che intendo raccontare o riassumere.
La rete. Il goal.
La rete. L’ombrello.
Siamo perché connessi. Esistiamo perché in rete e condivisi da più soggetti.
Un po’ come dire che siamo in vita perché condividiamo Miss Italia, o Beautiful, o il dottor House o TwinPeacks.


pro-memoria: avere un quadro preciso di quello di cui si parla.

Esistiamo perché apparteniamo a qualcosa e condividiamo qualcosa di altro nei contenitore di cui facciamo parte.
Ci contengono.

Alcuni “social” ci fanno dividere in gruppi per differente grado di prossimità: amici, contatti, conoscenti, cerchie estese, altri.
Il mio livello di conoscenza e di condivisione dei vari social e nei vari social non è alto e perciò mi rendo conto di parlare un linguaggio per iniziati che in realtà non padroneggio. 
Imparerò le lingue ma datemi tempo.
Ci sono network dove ti chiamano a scegliere se Tizio ti è “vicino “ o “amico”; altri ti chiedono, o ti rendono possibile, fissare il livello e la specie di quel che desideri “condividere” con chi ti è in contatto.
Mi fermo.
Potrei seguitare e declinare casi differenti ma presumo di avere reso noto il quadro di riferimento in cui voglio muovermi.

La prossimità è un idem sentire che si parli di valori, di libri, di politica; la vicinanza è fatta di “quanto mi importa – veramente – di quello che succede a Caio e quanto importa a Caio – veramente – di quello che succede a me”; una cerchia rimane un gruppo di persone attorno a qualcosa che potrebbe essere un falò sulla spiaggia o un caminetto acceso.

Tutto quanto sta accadendo nel web è come essere amici ma meno qualcosa.

Perché capita pure che sei cretino e ti preoccupi di una persona e poi scopri che è un personaggio. Ti preoccupi come un fesso e invece quello giocava a fare il personaggio.

Perché capita pure che fai auguri virtuali di compleanno a persone che non hai mai visto. Ci sono casi in cui qualcuno spende soldi veri per regali virtuali e giochi virtuali.

Capita, perfino, che prendi punti se fai cose di cui non te ne frega nulla ma fanno fine e politicamente corretto ma se non lo fai sei scorretto.
Come quando ti arpionano quelli di Greenpeace e se non gli dai ascolto pare che sei a favore della caccia alle balene,
del buco nell’ozono, del deficit europeo,
della crisi dei consumi,
dell’invasione della kamchaksa (o come piffero si chiama) nel Risiko
 e hai rubato (ladro!) Parco della Vittoria a tuo fratello di sangue.


Voi mi chiederete (quelli che mi conoscono un po’): ma che ti è successo? Che ti è preso? Non ti avevo detto di mangiare più leggero la sera?
Tranquillizzatevi: tutto bene. Questo post è stato meditato e scritto diversi giorni prima della sua pubblicazione.
Comunque rimane un senso a questo discorso: fatevi delle domande, ogni tanto, su chi siano le persone (persone: non “contatti”) con cui interagite nella convinzione che non siano solo contatti (ma persone).

pro-memoria: cercare la definizione di amico.

   Su un social mi è capitato di dire che avevo perduto traccia della rubrica del mio telefono cellulare (altra croce; se si chiama cellulare ci sarà bene un motivo. Questa è un’altra faccenda) e mi hanno risposto quelli che mi hanno risposto: pochini. Ne consegue che abbia meno numeri in rubrica.
   Su un altro social ho raccontato di una cosa a cui tenevo parecchio chiedendo condivisione (perché la cosa venisse un po' amplificata) e mi hanno risposto in pochi. Pochini davvero.
   Sempre su un sito famoso in cui sono ho chiesto di dire come mi avessero conosciuto e su cento mi han risposto in dieci. Il giochino in questione offre la misura, parziale, di quanto quel che scrivo lì venga letto.
  Ci sono quelli che mi si dicono amici  e che si precipitano a tantissime occasioni di incontro tranne quelle che propongo io.
  Altri son venuti in casa mia ma non so dove abitino.
  Altri ancora mi continuano a dire che se non condivido la tal cosa sono un mostro o che se non mostro una tal cosa per un certo lasso di tempo sono un vigliacco.
 Nessuna recriminazione da parte mia ma, piuttosto, un ragionamento a voce alta che si riferisce esclusivamente ai miei comportamenti.
Se lo scrivo è soltanto perché qualcuno, leggendo, potrebbe ritrovarcisi e a sua volta ragionarci sopra.
Potrebbe essere un problema soltanto mio e tutto il mondo che mi legge viva in perfetta armonia tra “social” e “private” e quel che dico siano sciocchezzuole.
Mi scuso.

pro-memoria: farsi una scala di priorità e di importanza.

Diciamo, allora, che stavo precisando a me stesso, ma a voce – internettiana – alta che:
  1. gli amici scampanellano e non cinguettano:
  2. hanno il mio telefono e, talvolta, lo usano;
  3. si interessano di quel che dico e che faccio e lo condividono almeno con me:
  4. si preoccupano di come stia.

(La cosa, 
ovviamente, 
è reciproca.)

22 ottobre 2012

(il)legittimo


legittimo

[le-gìt-ti-mo] agg.
1 Che è conforme alla legge, che ha le qualità richieste dalla legge: autorità l.;restituire qlco. al l. proprietario || sovrano l., colui al quale spetta il regno per diritto riconosciuto | figlio l., in passato, quello nato da genitori regolarmente sposati | l. difesa, reazione violenta di difesa, consentita dalla legge in particolari circostanze: uccidere per l. difesa | erede, successore l., che è tale per legge |interesse l., tasso di interesse fissato o consentito dalla legge
2 estens. Lecito, giusto, giustificato: desiderio l.
 avv. legittimamente 1. Nel rispetto della legge 2. In conformità alla convenienza, alla ragione
• sec. XIV




Legittimo, consentito, opportuno, lecito, riconosciuto: non necessariamente piacevole.
Non tutto ciò che è lecito e che viene fatto mi deve piacere per forza. 
Se fai una cosa che a me non piace, nel pieno diritto di farla; se non fai qualcosa che io vorrei fortemente tu facessi, nel pieno diritto, sacrosanto, di non farla; se il tuo comportamento lecito non corrisponde a quel che da te mi aspetterei; io non sono contento.
Legittimo, consentito, non importa se opportuno, è il mio diritto a non condividere le tue scelte (o le tue non scelte).
Mi ritengo libero di non condividerti, di averti in antipatia, di sentirmi ferito dalle tua parole quanto dai tuoi silenzi; dalle tue azioni come dalle tue omissioni.
Sono libero di farmi rodere e di grattarmi fino a scorticarmi la pelle come sono legittimato a non doverti spiegare nulla visto che non mi è consentito pretendere spiegazioni.

A meno che non fossimo amici.
Lì non ci dovrebbero essere asticelle e la memoria dovrebbe essere limpida e condivisa.
Perché nel momento in cui quel che facciamo è legittimo e in base a questo non dobbiamo spiegazioni il dialogo si azzera.
La legittimità, un diritto, non è un valore.
Ormai essere onesti, per esempio, lo si confonde con l’essere buoni e giusti.
Onestamente e legittimamente si sbaglia.


Vorrei essere disonesto, illegittimo, sporco ma non sbagliare un colpo al luna park.


“è troppo tempo, amore,
che noi giochiamo a scacchi:
mi dicono che stai vincendo
e ridono da matti.
Però Giovanna è stata la migliore:
faceva dei giochetti da impazzire.
E non c’è niente da capire”.

17 ottobre 2012

Albino Luciani

Il 17 ottobre 1912 nasceva Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo per soli trentatré giorni, dal 26 agosto al 23 settembre del 1978.


Cento anni fa.

Giusto ricordalo oggi.



Lo ricordo come un Pontefice sorridente, che aveva l’idea di una Chiesa pronta a prodigare maggiore umanità e votata a condotte sobrie, umili e trasparenti.

Non ebbe il tempo di fare ciò che avrebbe voluto: a me resta l’idea che sarebbe stato un Pontefice importante per la cristianità, la società italiana e per tutto il mondo.

http://www.fondazionepapaluciani.it/albino_luciani

http://it.wikipedia.org/wiki/Teorie_sulla_morte_di_Giovanni_Paolo_I



15 ottobre 2012

La testa di Medusa


Testa di Medusa

Da alcuni mesi non esco con post riguardanti i disegni di Pietro Valenti e mi dispiace.
Come se il declino fisico della persona mi avesse rallentato il condividerne le opere. Credo sia giusto e spero piaccia a chi passa di qui che ricominci a scegliere e proporre disegni dalla grandissima produzione che è stata prodotta a Roma negli anni dal 2000 al 2010.

La “Tag” nella colonna argomenti, a destra nel blog, per chi volesse vederne altri è “il disegno di Piero”.

Tra le opere che hanno affascinato Piero, nei Musei Capitolini, c’è questa splendida testa di Medusa del Bernini, eseguita negli anni 1644-48.
 

Le tavole, penna su carta, misurano cm 27x24 ed entrambe sono del 2006.



 

 
 
 

Riporto brani da un articolo apparso su Repubblica nel novembre 2006, dopo l’avvenuto restauro dell’opera, a firma di Goffredo Silvestri, straordinario giornalista e critico d’arte che, purtroppo è venuto a mancare nel gennaio 2012..

Questo il link al bellissimo articolo:


 

I capelli sulla nuca dell'ex bellissima fanciulla consacrata a Minerva, dalla chioma abbagliante, non si sono ancora trasformati in serpi come i capelli sulla fronte che sembrano schizzare verso l'osservatore e si attorcigliano fra di loro in un gioco di movenze. Questo significa che Bernini ha scelto di raffigurare la sfortunata Gorgone punita da Minerva, nel momento in cui non è ancora trasformata completamente in Medusa. E questo spiegherebbe le sopracciglia e gli occhi aggrottati, la bocca socchiusa, insomma una espressione fra il sorpreso e l'impaurito. La Gorgone "sente" o "vede" in uno specchio immaginario, che si sta trasformando e la trasformazione la getta nel terrore. Una "originalissima interpretazione del mito" che non ha precedenti, secondo Irving Lavin, lo studioso specialista del Bernini. La Gorgone-Medusa diventa vittima indifesa della vendetta "trasversale" di Minerva che, non potendo punire Nettuno che aveva profanato il suo tempio per unirsi a lei, si rifà su di una mortale.

Dalla critica la "Medusa" viene considerata "una delle opere più problematiche di Gian Lorenzo Bernini", una delle sculture fatte "per suo studio e gusto". Da una parte come "personale meditazione dell'artista sulle finalità della scultura e sulle virtù dello scultore". Dall'altra come personale meditazione del Bernini scultore e uomo, e quindi peccatore peccatore, "come contrapposto morale" di un altro busto ritratto, quello di Costanza Bonarelli, sua amante, anzi amante "in coabitazione" col fratello più giovane e "silenzioso collaboratore", Luigi.

 

Nel primo caso la "Medusa" viene datata fra il 1644 e il 1648, nei primi anni di papa Innocenzo X Pamphilj, quando, incredibilmente, la fama del regista del Barocco, dell'autore del "teatro barocco" del nuovo San Pietro, è in una temporanea fase calante. Bernini subisce i contraccolpi del suo più grande smacco: l'abbattimento del primo campanile della basilica (quello a sinistra), poi del secondo nel 1646, poi la cancellazione del progetto per i problemi del terreno di fondazione. Con l'onta di essere giudicato da una commissione di colleghi (con Borromini pubblico accusatore) e relativa "cospicua multa". Forse è un madrigale di Giovan Battista Marino che gli offre il destro di prendersi una rivincita su nemici e detrattori, utilizzando la Medusa come "raffinata metafora barocca sul potere della scultura e sul valore dello scultore". Marino fa dire ad una mirabile testa di Medusa: "Non so se mi scolpì scarpel mortale,/ o specchiando me stessa in chiaro vetro/ la propria vista mia mi fece tale". Il potere della Medusa di pietrificare chi la osserva, qui si trasforma nella "Medusa" di marmo che pietrifica cioè ipnotizza gli osservatori con la trasformazione del marmo in materia viva, il volto della Gorgone sfortunata e le serpi guizzanti come capelli.

Ma la "Medusa" viene anche messa in rapporto da Irving Lavin col busto di "Costanza Bonarelli" datato fra il 1636 e il 1638, un rapporto di contrapposizione morale. La bella Costanza, moglie dello scultore Matteo Bonarelli, fido collaboratore del Bernini, concedeva infatti grazie indifferentemente a Gian Lorenzo e a Luigi. Questa "par condicio" mandava in bestia Gian Lorenzo che arrivò a inseguire il fratello con la spada sguainata fin dentro la basilica di Santa Maria Maggiore. A quel punto la madre scrisse una supplica nel 1638 al cardinale Francesco Barberini che facesse rinsavire Gian Lorenzo che si comporta "quasi che sia lui il Padron del mondo". La Medusa (Costanza) che pietrifica (nel peccato) chi la osserva e se ne bea.

Il marmo della "Medusa" è un "marmo di Carrara, particolarmente buono, bianco, trasparente, già usato dal Bernini nel gruppo di 'Apollo e Dafnè della Borghese" spiegano Sante Guido e Giuseppe Mantella, i restauratori che hanno condotto l'intervento (con Maurizio Faretti per le indagini scientifiche). Bernini ha usato un unico blocco e in questo blocco ha scolpito anche le serpi, una ad una. Le parti di serpenti attaccate sono dovute a restauri posteriori al Bernini, come si ricava dalle rotture.

 

9 ottobre 2012

Dopo la prima


La prima presentazione, a Roma, di 
Quel colore delle foglie in autunno 
(quando stanno per cadere) 
è andata bene.
Ringrazio tutti di cuore.


In particolare grazie a Capra e Cavoli 
per la disponibilità del locale


In particolare grazie a Monica Ferri 
che ha fatto da moderatrice


In particolare grazie a Alessandro Iacono 
che ha recitato meravigliosamente 
il racconto Sputnik 
nello stupore generale.

Per chi non c’era ecco il video in cui lo ha recitato 
nel 2010 al teatro San Giustino di Roma, 
con la compagnia “Signori chi è di scena!” 
con la regia di Monica Ferri.



Grazie infinite.

Marco Valenti

Prossime puntate a Pesaro, Urbino, Bologna.

5 ottobre 2012

Piccolo prontuario di sopravvivenza ad un tentativo telefonico di farvi cambiare operatore


Piccolo utile e insieme dilettevole (per me) vademecum da usarsi laddove arrivino telefonate non aspettate di persone che vi invitano a cambiare gestore di telefonia fissa e internet nella vostra abitazione.



In alternativa piccolo vademecum per sopravvivere a che vi rompe le scatole perché deve pur sbarcare il lunario e la vita è dura per tutti, anche per lui che vi sta telefonando.
In alternativa piccolo promemoria perché le cose, che – purtroppo – sono come sono, cambino.

Siete oggetto di telefonate di sconosciuti, sovente dall’accento non autoctono, diversi dai vostri prossimi, pur troppo prossimi per altre considerazioni, che vi invitano a cambiare la contrattualistica che regola il vostro accesso al mondo della comunicazione telefonica?

Risposte possibili:
  • si;
  • no;
  • va’ a cag(bip); son capitato qui per caso.

Se la risposta è no:
  1. avete un gran fortuna (complimenti);
  2. questo post è assolutamente inutile ma potete leggerlo per puro diletto.
Se la risposta è si:
  1. andate avanti con la lettura perché:
  1. potrebbe essere utile
  2. potrebbe essere inutile ma ci vuole poco a portarla a termine.
  3. Anche no.
Se la risposta è la terza:
  1. il mio transito intestinale è ottimo e di piena soddisfazione senza bisogno di modifiche ma grazie del suggerimento.

Le fattispecie dalla molestia nella propaganda telefonica possono essere raggruppate secondo modalità estremamente diverse e un sistema con i propri sottosistemi non ne esclude altri. In questa (breve) trattazione ci soffermeremo su alcune differenziazioni ben sapendo di semplificare in tal modo un problema complesso e di non tener conto di numerosi fattori. Tra le questioni a noi pur note che non prenderemo in considerazione citiamo:
  1. siamo nel libero mercato;
  2. il mondo è bello perché vario;
  3. anche loro devono pur campare e se campare significa rompere le balle è un lavoro sporco ma qualcuno dovrà pur farlo;
  4. vorrei vedere te in india a imparare la lingua e poi lavorare con il telefono con gli indiani;
  5. ho ventuno anni non ho un lavoro serio e non c’è altro da fare: mi hanno fatto ‘sta proposta e mi sono detto che, in fondo, era meglio di altre cose; oppure ho passato i cinquanta, sono stato espulso dal mondo del lavoro e non c’è altro da fare ecc. ecc.
  6. è assolutamente legale, anche se mi pagano a contratto stipulato: comunque non pago la telefonata;
  7. Numerose altre che mi sfuggono. Il fatto che sfuggano a me è ininfluente perciò numerose altre.

Ecco le fondamentali casistiche in cui raggruppiamo la molestia operata ai vostri danni da quello che, operatore commerciale per conto terzi, vuole convincervi a cambiare operatore di telefonia.
  1. stavate proprio appennicati dopo pranzo:
  2. comunque è dopo pranzo;
  3. stavate facendo qualcosa o, comunque, pensavate di voler fare qualcosa o, per lo meno, qualcosa da fare c’era;
  4. in tv c’era una cosa imperdibbilissima;
  5. non avevate un cavolo da fare (ma non è un buon motivo per avere le balle rotte).

La fattispecie uno è gravissima. In questo caso le risposte alla telefonata sono irriportabili, per la maggior parte, e tuttavia facilmente immaginabili. Il consiglio, utile, è quello di estirpare il telefono dalla presa prima di dormicchiare sereni magari perfino sognando.
La situazione numero due è comune. Ci sono stati casi in cui l’utente, normalmente, non sarebbe stato a casa nel post prandiale e la telefonata lo ha sorpreso. Ha avuto un moto interiore, una domanda inconscia che suonava più o meno così: “chi ca*** glielo ha detto che sarei stato in casa oggi pomeriggio alle due e mezza?”. Rilassati: sono seriali e non dimenticano. Ovvero vanno per grandi numeri ma non se ne scordano manco uno, di numero: richiamano. Argomento con più chiarezza? Se non ti trovano riprovano perché, prima o poi, a casa ci devi tornare una caspita di volta, magari per sbaglio, magari per sfizio, magari per peccare, di pomeriggio presto.
Orbene i casi uno, due e tre, differentemente gravi, hanno risposte suggerite abbastanza simili.
La differenza si sostanzia totalmente nel tipo di reazione.
Reazioni e loro efficacia:
  1. Riattaccate mentre parlano: rapido ma parzialmente efficace perché potrebbero richiamarvi convinti sia stato un problema di linea;
  2. Dite di non essere chi si occupa di telefonia nella casa o dite di essere il maggiordomo; non efficace perché richiameranno;
  3. Insultate (più o meno pesantemente): efficace ma un po’ cafone;
  4. Minacciate dicendo frasi da film del tipo “Bastardo: so chi sei e dove abiti. Attento a te!”: di sicuro effetto ma poco credibile e un po’ gangster.
Salto la fattispecie numero quattro un po’ perché non ho un apparecchio televisivo ma anche perché alcuni decoder hanno la funzione pausa: resta comunque un aspetto intermedio tre la prime tre situazioni e la quinta.
Nel caso in cui la telefonata molesta arrivi in un momento in cui non eravate occupati in nulla di impegnativo alle reazioni appena esposte se ne aggiungono altre.
6.         state a sentire e accettate il cambio di gestore alla fine della conversazione: corretto. Amate il rischio e ci tenete al risparmio. Non lamentatevi se nel cambio di operatore resterete diversi giorni senza linea telefonica o diverse settimane a rincorrere telefonicamente tecnici del gestore che vi dovranno aiutare a ricalibrare parametri tecnici di connessione a internet di cui voi non capite assolutamente un acca.
7.         state a sentire ma non accettate il cambio di gestore: corretto. Non amate il rischio e non vi importa di risparmiare pochi euro al mese. Sarà dura spiegare perché non accettate e all’altro capo della cornetta sentirete una sequela di lamentele e obiezioni che vi metteranno a dura prova e, forse, vi indurranno a chiudere la conversazione. Rileggete i punti da 1 a 4 e chiedetevi perché non li avete usati subito.
Chiudiamo questa breve e non esaustiva trattazione con le reazione più azzeccata ed efficace. Tale è se non siete interessati ad abboccare alla nuova proposta commerciale ma avete tempo da impiegare.
Ascoltate il vostro interlocutore ponendo anche qualche domanda su quale sia la società da cui dipende direttamente e su da quale ufficio chiami, sui termini del contratto e sui tempi. Fatelo parlare un po’. Poi attaccate una articolatissima filippica sulle differenze sostanziali tra un contratto in visione, magari anche a mezzo internet o posta elettronica e una proposta ascoltata da un utente telefonico anonimo. Parlate lentamente e con calma e ogni tanto verificate che il vostro interlocutore vi stia seguendo. A seguire raccontate una disavventura qualsiasi occorsa a voi o a qualche vostro conoscente nell’accettare un contratto proposto telefonicamente: se non la avete inventatela come se foste in tribunale alla arringa finale. Il risultato, sperimentato e garantito al 100% è che non arriverete ai saluti perché, disperato per il tempo che sta perdendo con voi, il molestatore vi attaccherà il telefono in faccia e non richiamerà mai più.
Caso, tra l’altro, estremamente raro e da sottolineare è che sarete soddisfatti che vi abbiano attaccato il telefono in faccia.
Guardate, infine, sul display del telefono la durata della telefonata e gioite di quanto tempo gli avete fatto perdere.
Il mio record personale è di 9 minuti e 43 secondi.
Posso migliorare.        

Colonna sonora: Steve Wonder "I just called to say I love you"                        


3 ottobre 2012

L'ultima occasione

L’ULTIMA OCCASIONE


Succede un po’ a tutti di svegliarsi con una canzone in testa. Spesso sono canzoni popolari ascoltate un bel po’ di anni prima che si riaffacciano, inaspettate, e te ne ricordi qualche brano, magari la melodia o il ritornello.

A me è capitato, prepotentemente, di percorrere la strada da casa al lavoro con questa canzone nel cervello, sempre più presente metro dopo metro al punto che mentre parcheggiavo la vespa cantavo incurante degli sguardi dei passanti.

Si: in auto, come in Vespa, come per casa canto e fischio. Ciascuno ha le sue modalità nell’aggredire il mondo: una canzone li seppellirà (o ci salverà: non so).

A parziale giustificazione va detto che la canzone in questione è splendida, struggente, romantica.

“L’ultima occasione”, 1965, un quarantacinque giri cantato da Mina, parole di Del Monaco e musica di Jimmy Fontana, cantata anche da Ornella Vanoni, Claudio Baglioni, Francesco Renga.

Se girate un po’ sul tubo troverete diversi video.







Una come te

io non la troverò mai più

una come te.

No, non posso più

chiederti tempo per cambiar

perché

sarebbe inutile

sarebbe solo per pietà

ed io non voglio più pretendere le cose che non merito

da te.

E perderò così

anche quest'ultima occasione che mi dai

e sarà tardi quando

cercherò di te.

Ma non posso più

chiederti tempo per cambiar

perché

sarebbe inutile

sarebbe solo per pietà

ed io non voglio più pretendere le cose che non merito

da te.

E perderò così

anche quest'ultima occasione che mi dai

e sarà tardi quando

cercherò di te

di te...