marco valenti scrive

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16 ottobre 2017

Lasciare andare



Ho condiviso spesso questa frase; 
molto meno il racconto che la contiene...



Lasciare andare

Si svegliò e dopo pochi minuti si alzò in piedi.
Con la calma necessaria a mettere in moto il proprio corpo, muscolo dopo muscolo, ed il cervello che già andava a mille, essendo passato dal sogno ai ragionamenti, Maurizio a torso nudo aprì piano la porta finestra del terrazzo: scalzo, con su i pantaloni del pigiama si affacciò a guardare il mare.
La casa con vista sul mare, abbarbicata nel centro della città, era una delle due cose sopravvissute a due divorzi; l’altra un portafoglio titoli che gli dava abbastanza per una vita dignitosa.
Il divorzio da Alessandra, il primo, a quarantasette anni lui e quarantatre lei, gli aveva fatto fare le prime brusche, repentine, rinunce. All’epoca un collaudato team avvocato commercialista gli aveva evitato quel tracollo che le condizioni poste dalla moglie avrebbero inevitabilmente causato.
La rinuncia più grossa, oltre la casa comune, fu il cabinato a vela.
I rapporti con il figlio Giacomo, già maggiorenne, invece migliorarono. Certamente complicità maschili tra padre e figlio, unite ad una ritrovata e frenetica esuberanza – sensazione di uomo libero – all’epoca misero Maurizio nell’Olimpo dei grandi modelli fondamentali del figlio.
Tra Vasco Rossi e Michael Jordan.
Il nuovo millennio lo vide sregolato, spendaccione, tendente agli eccessi in ogni forma e tornato per la prima volta nel suo attico-tana con vista mare.
Forse fu il troppo fumo e la sua conseguente tosse stizzosa, forse il troppo bere e i troppi caffè e analisi cliniche con valori sopra i limiti un po’ ovunque, o più probabilmente avere incontrato Alessia, venti anni e oltre meno di lui e un fisico da sballo attorno ad un cervello brillante, che lo fecero cominciare a cambiare.

Adesso, mentre Maurizio andava in cucina a fare colazione, pensava a quanta mattinata sarebbe passata prima della telefonata di Alessia.
Sarebbe dipeso da quando avrebbe letto la mail che le aveva inviato in tardissima serata e da quanto ci avrebbe messo ad organizzare la sua rabbia furiosa.
Sempre nell’andare in cucina prese un libro a caso dalla biblioteca. Abitudini. Aveva uno scaffale dedicato esclusivamente a libri di racconti e due divorzi avevano portato ad avere in libreria solo i libri amati e da continuare ad amare per tutta la vita.
Scartò il primo che gli era capitato in mano. “Finzioni” di Borges era un po’ troppo per accompagnare il caffè e c’era sempre la telefonata pendente: il secondo estratto, 101 storie zen, era perfetto.
Appropriato: oltre l’euforia da scapolo di ritorno la prima separazione gli aveva istillato il seme di molti cambiamenti e tra questi un progressivo, risoluto, abbandono del cattolicesimo e una curiosità crescente verso i modi diversi di intendere la vita.
Affrontare la seconda separazione, poi, fu decisamente un esercizio zen e una necessità di essenziale e di scelta di cosa fosse importante e cosa non lo fosse.
La luce delle otto del mattino filtrava nella cucina odorosa di caffè.
Fette biscottate e marmellata fatta in casa da lui medesimo.
Pagine sfogliate alla ricerca di un passo da rileggere e quiete apparente: in realtà l’incombente contatto telefonico con la ex moglie numero due lo lasciava svogliato e non lesse nulla.

Lo specchio del bagno gli restituì un fisico asciutto, abbronzato e muscoloso, una testa rasata e un filo di barba bianca, grandi occhi chiari e un quasi sessantenne che ne dimostrava decisamente meno.
Non fosse stato per una fastidiosa presbiopia che minimizzava più del lecito (perché gli scocciava da morire girare con le mezze lune appese ovunque) sarebbe stato appagato dal suo stato sia mentale che fisico. A tal riguardo sorrise, mentre si cospargeva il viso di schiuma da barba, al ricordo di quando – non indossando occhiali – comprò un deodorante, tra l’altro dozzinale,  in vece della schiuma.
Le otto e quaranta. Non poteva mancare molto alla telefonata: Maurizio si vestì e, nell’attesa – decidendo di non iniziare nulla da interrompere per una insorta conversazione – accese il suo portatile per farsi un giro in internet.

8 ottobre 2017

Paura






Dopo un po’ capita.

Può succedere che ti venga paura. Di dire troppo o di essere frainteso. 
Venire capiti male è un male moderno, figlio di tempi veloci e ignobili.
Poco nobili, se preferite.
Magari, perciò, ti viene timore di sbagliare, di sembrare iperbolico o troppo di parte.
Come se la ragione fosse un risultato di partita.
Come se contasse solo la vittoria, il potere, la classifica.

Poi il timore aumenta nell’attesa – perché si aspetta – e lievita come una torta in forno. 
Aspetti, con la consueta pazienza ed educazione, il turno di poter parlare.
Vedi che non tutti fanno la fila e che, anzi, qualcuno straparla e tu sei lì – un po’ attonito – che aspetti.

Qualcuno semplifica in modo errato e rabberciato ma, urlando da ogni podio, riesce a persuadere.
E mentre aspetti il tuo turno che non arriva ti fai sempre meno spavaldo.
Quando di rado arriva il tuo momento non ti curi di essere perfetto ma esatto, preciso, circostanziato. 
Perciò metti in fila dieci frasi che portino a tesi le tue argomentazioni.

Ti danno tempo per due frasi e mezzo.

Cercano l’effetto e ignorano, più o meno volutamente, il ragionamento.
Il ragionamento è lento; l’effetto scenico è veloce come l’abbaglio.
Resta impresso come un fuoco artificiale.

È fico.

Pare giusto quel che è veloce, semplice, efficace ma piatto – uno speed date di cervelli – buono per slogan di moda.
Ti ritrovi con un ragionamento lento e articolato in tasca a non potere mai tirarlo fuori,
la paura aumenta.

Amo la lentezza come modo  e detesto la comunicazione come valore: ho quindi tutte le ragioni per essere timoroso.
Timoroso e sospettoso; sospettoso e depresso; depresso e  sconfitto da un modo e da un tempo che non mi appartiene e che porterà male al raziocinio che dovrebbe governare la nostra esistenza democratica.

Alla fine guadagni il palco.

Silenzio in sala.

“Siete tutti migliori di me!”.

(Esce dalla comune). 
Sipario.


24 settembre 2017

Il colore delle foglie un attimo prima che cadano



(FOTO: MARTA PIERONI)




Adulto era adulto.
Cinquanta anni per lo meno ma, forse, di più. Il tempo e l’accattonaggio fanno pedigree, in termini di età. Lì nel viale, con i suoi centodieci chili di peso, fasciato di abiti troppi anche per il nuovo rigore autunnale: stava lì e perdeva il suo tempo mendicando tutto l’anno dove le persone passeggiano, distratte dai bimbi e dai loro capricci, svagate da chiacchiere inutili e sfaccendate, altrove dai doveri e dalle cose della vita.
A passeggiare perché è l’ora di farlo e non ce ne è per nessuno: è roba di cellulare staccato, di post prandiale, di caffè in corpo, di domenica pomeriggio.
Lui è sempre lì e forse c’è sempre stato, con i suoi stracci e la sua stazza imponente, e la sua faccia sporca da bambino eternamente buono: là oltre ogni logica e buono oltre ogni dubbio.
Sempre stato nello stesso posto, fa parte del luogo, lo arreda con il suo silenzio.

Con quel suo bicchiere di carta per raccogliere le monete dei passanti arreda un viale intero; ma lo cambierà mai quel bicchiere? Nessuno ha timore di lui perché parte stessa del paesaggio.
Da un po’ però è inquieto: smania.
È autunno e lui sembra disinteressarsi del solito per concentrarsi su una nuova, affatto redditizia ed affatto logica, attività. Perde il suo tempo a prendere

16 settembre 2017

il nero







Per tutti quelli che "io non sono razzista ma...".
Una canzone di Francesco De Gregori che continua ad avere un senso.


Dalla periferia del mondo a quella di una città,

la vita non è una caravella, e il Nero lo sa.

Dimmi dove si va a dormire, dimmi dove si va a finire,
dimmi dove si va, il Nero che scarpe nere che c'ha!

Dalla periferia del mondo, il Nero Neronerò,

fu scaraventato non ancora giorno da un vecchio furgone Ford.

E si stropiccia gli occhi, 
balla e cammina 
e canta sotto il cielo di Latina, 
grande città del Nord,

il Nero che ritmo, che rock e che roll!

Dalla periferia del mondo 
a quella di una città,
la vita non è una passeggiata 
e il Nero lo sa,

preso a calci dalla polizia, 
incatenato a un treno da un foglio di via 
oppure usato per un falò, 

il Nero te lo ricordi il Nero quando arrivò?


Un giorno con un pezzo di specchio 
un orecchio si tagliò 
e andava sanguinando avanti e indietro 
e diceva "Sono Van Gogh!"

E aveva dentro agli occhi una malattia, 
ma chissà quale tipo di malattia, 
di malattia d'amor, 

il Nero, che amore il nero!
Nero Nerò.




8 settembre 2017

(il)legittimo


legittimo

[le-gìt-ti-mo] agg.
1 Che è conforme alla legge, che ha le qualità richieste dalla legge: autorità l.;restituire qlco. al l. proprietario || sovrano l., colui al quale spetta il regno per diritto riconosciuto | figlio l., in passato, quello nato da genitori regolarmente sposati | l. difesa, reazione violenta di difesa, consentita dalla legge in particolari circostanze: uccidere per l. difesa | erede, successore l., che è tale per legge |interesse l., tasso di interesse fissato o consentito dalla legge
2 estens. Lecito, giusto, giustificato: desiderio l.
 avv. legittimamente 1. Nel rispetto della legge 2. In conformità alla convenienza, alla ragione
• sec. XIV




Legittimo, consentito, opportuno, lecito, riconosciuto: non necessariamente piacevole.
Non tutto ciò che è lecito e che viene fatto mi deve piacere per forza. 
Se fai una cosa che a me non piace, nel pieno diritto di farla; se non fai qualcosa che io vorrei fortemente tu facessi, nel pieno diritto, sacrosanto, di non farla; se il tuo comportamento lecito non corrisponde a quel che da te mi aspetterei; io non sono contento.
Legittimo, consentito, non importa se opportuno, è il mio diritto a non condividere le tue scelte (o le tue non scelte).
Mi ritengo libero di non condividerti, di averti in antipatia, di sentirmi ferito dalle tua parole quanto dai tuoi silenzi; dalle tue azioni come dalle tue omissioni.
Sono libero di farmi rodere e di grattarmi fino a scorticarmi la pelle come sono legittimato a non doverti spiegare nulla visto che non mi è consentito pretendere spiegazioni.

A meno che non fossimo amici.
Lì non ci dovrebbero essere asticelle e la memoria dovrebbe essere limpida e condivisa.
Perché nel momento in cui quel che facciamo è legittimo e in base a questo non dobbiamo spiegazioni il dialogo si azzera.
La legittimità, un diritto, non è un valore.
Ormai essere onesti, per esempio, lo si confonde con l’essere buoni e giusti.
Onestamente e legittimamente si sbaglia.


Vorrei essere disonesto, illegittimo, sporco ma non sbagliare un colpo al luna park.


“è troppo tempo, amore,
che noi giochiamo a scacchi:
mi dicono che stai vincendo
e ridono da matti.
Però Giovanna è stata la migliore:
faceva dei giochetti da impazzire.
E non c’è niente da capire”.